1 – Come insegnare al Pastore Maremmano a stare tranquillo al ristorante: è solo una questione di location

Nel breve cartoon pubblicato su Instagram, un Pastore Maremmano dorme sul tappeto del salotto e sogna di correre libero in montagna. Poi si sveglia, scopre di trovarsi ancora davanti al divano e guarda il proprietario con l’espressione di chi ha appena verificato, per l’ennesima volta, che l’evoluzione umana ha imboccato una strada discutibile.

Il proprietario comprende il messaggio.

Nella scena finale sono entrambi seduti al tavolo di una trattoria di montagna: l’umano davanti a qualcosa di sostanzioso e probabilmente incompatibile con qualsiasi dieta moderna, il Maremmano serenamente sdraiato accanto a lui.

La morale è semplice:

Per insegnare a un Pastore Maremmano a stare tranquillo al ristorante, è solo una questione di location.

La morale meno semplice è che il Maremmano è stato selezionato per vivere all’aperto, muoversi su grandi spazi, osservare il territorio, prendere decisioni autonome e proteggere qualcosa di importante. Non esattamente per trascorrere la giornata tra il divano, l’ascensore e il tavolino numero sette di un locale in centro.

Questo non significa che non possa vivere bene anche in città o imparare a comportarsi perfettamente al ristorante. Significa che, per arrivare a quella scena finale, dobbiamo prima costruire tutto ciò che non si vede.

Perché il cane tranquillo sotto il tavolo è soltanto l’ultimo fotogramma. Prima ci sono la socializzazione, l’educazione, la comunicazione, la gestione delle emozioni, l’appagamento degli istinti e una discreta quantità di pazienza.

Il risultato finale non è un esercizio

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Quando vediamo un cane sdraiato tranquillamente accanto al tavolo, possiamo pensare che gli sia stato semplicemente insegnato il comando “terra”.

Sarebbe comodo. Anche le astronavi, viste da fuori, sembrano soltanto grandi oggetti metallici che viaggiano nello spazio. Poi apriamo il cofano e scopriamo che dentro ci sono motori, sistemi di navigazione, riserve di ossigeno e almeno una spia rossa che nessuno sa spiegare.

Allo stesso modo, il comportamento del cane al ristorante dipende da numerosi elementi:

  • la familiarità con persone, cani, bambini, rumori e ambienti affollati;
  • la capacità di non interagire con tutto ciò che compare nel suo campo visivo;
  • la gestione della frustrazione;
  • la fiducia nel proprietario;
  • la comprensione di alcuni segnali;
  • la capacità di rilassarsi;
  • l’abitudine a rimanere fermo senza sentirsi prigioniero;
  • la qualità della vita condotta prima di arrivare al ristorante.

Alcuni cani possiedono naturalmente una buona parte di queste caratteristiche. Altri devono costruirle con gradualità. Altri ancora considerano il cameriere, il passeggino e il Chihuahua del tavolo accanto tre questioni di sicurezza nazionale da esaminare personalmente.

Non è testardaggine. Non sempre, almeno.

Ogni cane parte da predisposizioni differenti. Il nostro compito è capire quali elementi risultano facili per lui, quali richiedono lavoro e quali rappresentano una vera difficoltà emotiva.

Prima area: socializzazione e vita in società

La prima parte del lavoro comincia quando il cane è ancora cucciolo.

Durante quella che chiamiamo normalmente socializzazione, il cucciolo viene messo in contatto con persone, cani, mezzi di trasporto, biciclette, bambini, rumori, superfici, locali e situazioni differenti. Attraverso esperienze ripetute e positive, molti di questi stimoli smettono di essere eventi eccezionali e diventano elementi normali del paesaggio.

Ma socializzare non significa portare il cucciolo ovunque e lasciare che chiunque lo tocchi.

Quella è più che altro una forma di turismo esperienziale non autorizzato.

Una socializzazione corretta dovrebbe insegnare anche:

  • con chi può interagire;
  • quando può avvicinarsi;
  • quando deve restare accanto al proprietario;
  • come interrompere un’interazione;
  • come osservare uno stimolo senza raggiungerlo;
  • come muoversi in un ambiente affollato;
  • come riposare anche quando intorno succede qualcosa.

È inoltre necessario trovare il giusto equilibrio tra esposizioni:

  • facili, nelle quali il cucciolo si sente completamente a proprio agio;
  • medie, che richiedono attenzione ma rimangono gestibili;
  • più intense, proposte con prudenza e per periodi brevi;
  • nulle, perché il cucciolo ha bisogno anche di giornate tranquille nelle quali non deve conquistare il mondo conosciuto.

La socializzazione non è una gara a chi mostra più cose al cane nel minor tempo possibile. È un percorso nel quale gli stimoli vengono dosati in base alla sua capacità di affrontarli.

La differenza è la stessa che passa tra accompagnare qualcuno a visitare Roma e abbandonarlo alle otto del mattino al centro di Piazza Venezia con una valigia, un monopattino elettrico e nessuna informazione sul traffico.

Seconda area: gli strumenti pratici

Poi c’è la parte tecnica.

Il Pastore Maremmano, davanti a esercizi come “seduto”, “terra” e “resta”, potrebbe manifestare lo stesso entusiasmo riservato a un clistere o a una visita alla prostata. Questo non significa che tali esercizi siano inutili o incompatibili con la sua natura.

Significa che devono essere insegnati con sensibilità, motivazione e rispetto.

Lo scopo non è trasformare un cane autonomo in un piccolo soldato. Gli esercizi servono a costruire un linguaggio comune e a dargli strumenti chiari per comprendere ciò che ci aspettiamo da lui.

Per arrivare al comportamento finale possiamo lavorare su:

  1. Seduto
    Utile per gestire attese, passaggi stretti e momenti nei quali vogliamo interrompere il movimento.
  2. Terra
    Non soltanto come posizione fisica, ma come comportamento associato alla calma.
  3. Resta a terra
    Inizialmente per pochi secondi, poi aumentando gradualmente tempo, distanza e distrazioni.
  4. Rilassamento spontaneo
    Attraverso lo shaping possiamo premiare il cane quando sceglie autonomamente di sdraiarsi, fermarsi o riposare.
  5. Simulazioni domestiche
    Mentre pranziamo o ceniamo, possiamo rinforzare l’iniziativa del cane di sistemarsi tranquillamente in un punto vicino al tavolo.
  6. Generalizzazione
    Lo stesso comportamento deve essere trasferito progressivamente dal salotto al giardino, da casa a un bar tranquillo e infine a situazioni più complesse.

Non è necessario spiegare tutti questi passaggi in un solo articolo. È però importante sapere che esistono.

Il “terra” imparato in cucina, infatti, non viene automaticamente esportato nel dehors di un ristorante, tra camerieri, piatti, bambini, biciclette e un altro cane che fissa il nostro Maremmano come se avesse appena insultato i suoi antenati.

Per il cane, ogni ambiente è almeno parzialmente un esercizio nuovo.

Terza area: istinti, emozioni e realizzazione

Possiamo socializzare il cane perfettamente e insegnargli ogni esercizio previsto dal programma. Ma resta una domanda fondamentale:

Che vita sta facendo quel cane?

Un Maremmano che ha occasioni regolari per camminare, esplorare, osservare grandi spazi e trascorrere tempo nella natura sarà generalmente più disponibile ad adattarsi anche alle richieste meno interessanti dell’esistenza umana.

Un cane appagato non diventa automaticamente obbediente. Diventa però più equilibrato, più sereno e spesso più capace di affrontare la frustrazione.

Le passeggiate in montagna, nei boschi o in ambienti naturali non sono quindi un semplice premio da concedere quando avanza tempo. Rappresentano una parte importante della sua qualità della vita.

Certo, non sempre possiamo partire per l’Appennino.

Abbiamo il lavoro, il traffico, il caldo, le bollette e una civiltà che ha deciso di sostituire i pascoli con parcheggi multipiano e riunioni su Zoom. Ma anche il Maremmano non sempre è dell’umore giusto per accettare serenamente la sua vita cittadina e comprendere perché il proprietario non abbia scelto di fare il pastore.

Dal suo punto di vista, molti dei nostri problemi potrebbero essere risolti con poche pecore, una montagna e la definitiva eliminazione delle notifiche sul telefono.

Non è indispensabile vivere in un rifugio a duemila metri. È però indispensabile offrire al cane esperienze compatibili con la sua natura:

  • passeggiate lunghe e regolari;
  • libertà di esplorazione quando possibile;
  • tempo trascorso nella natura;
  • possibilità di osservare l’ambiente;
  • attività olfattive;
  • esperienze condivise con il proprietario;
  • momenti nei quali non gli viene chiesto continuamente di fare qualcosa.

La realizzazione del cane non sostituisce l’educazione. La rende possibile.

Il ristorante è l’esame finale, non la prima lezione

Quando decidiamo di portare il cane al ristorante, dobbiamo scegliere una situazione adatta al suo livello di preparazione.

La prima esperienza non dovrebbe essere il pranzo di Ferragosto in una trattoria con quarantotto coperti, tre passeggini, cinque cani, musica dal vivo e un cameriere che trasporta una grigliata mista all’altezza del naso del Maremmano.

Meglio cominciare con:

  • un locale tranquillo;
  • un tavolo laterale;
  • spazio sufficiente per far sdraiare il cane;
  • una permanenza breve;
  • una passeggiata prima di entrare;
  • acqua a disposizione;
  • qualcosa da masticare, se può aiutarlo;
  • la possibilità di uscire senza trasformare l’esperienza in una prova di resistenza morale.

Dovremo inoltre osservare il cane.

Se continua ad alzarsi, ansima, controlla ossessivamente l’ambiente, reagisce a ogni passaggio o non riesce a trovare una posizione, non sta facendo il difficile. Probabilmente la situazione è ancora troppo impegnativa.

In quel momento insistere non insegna necessariamente a rilassarsi. Può insegnargli che il ristorante è un luogo nel quale rimane bloccato, mentre l’umano mangia e ignora segnali che dalla sua prospettiva erano abbastanza chiari da essere visibili anche da Marte.

È davvero soltanto una questione di location?

Sì e no.

La location giusta aiuta enormemente. Un Maremmano che ha camminato in montagna, ha esplorato, annusato, osservato il territorio e trascorso del tempo con il proprietario arriverà alla trattoria in condizioni emotive molto differenti rispetto a un cane uscito dall’appartamento soltanto per attraversare il parcheggio.

Ma non basta portarlo in montagna e aspettarsi che, illuminato dalla vista delle cime, acquisisca improvvisamente l’educazione formale di un diplomatico britannico.

Servono:

  • una socializzazione equilibrata;
  • regole comprensibili;
  • esercizi costruiti con gradualità;
  • simulazioni;
  • esperienze reali adeguate;
  • appagamento;
  • tempo;
  • pazienza;
  • capacità di adattare le aspettative al singolo cane.

Il comportamento finale nasce dall’incontro tra predisposizione, apprendimento ed equilibrio emotivo.

Alcuni elementi saranno semplici. Altri richiederanno settimane o mesi. E ci saranno cose che per il nostro cane risulteranno sempre più difficili rispetto ad altre.

Questo non significa che abbiamo fallito.

Significa che stiamo lavorando con un essere vivente e non con un elettrodomestico dotato di pelo. Anche se, osservando certe pubblicità sull’educazione cinofila, il dubbio può venire.

Il vero obiettivo non è mostrare a tutti quanto sia obbediente il nostro Maremmano. È metterlo nelle condizioni di capire cosa gli chiediamo e possedere gli strumenti emotivi e pratici per riuscirci.

Se poi possiamo farlo sotto il tavolo di una trattoria di montagna, dopo una bella passeggiata, mentre arriva un piatto di polenta, tanto meglio.

A quel punto il cane sarà tranquillo, il proprietario felice e l’umanità, almeno per la durata del pranzo, sembrerà aver preso una decisione sensata.


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